lunedì, Luglio 13

A tavola con gli Anni Ottanta

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Se per ragioni anagrafiche non avete mai potuto scrivere un libro promettendo che avreste sposato Simon Le Bon, se non avete mai indossato le spalline imbottite o indossato le cinture di El Charro probabilmente vi manca anche qualche nozione gastronomica degli Anni Ottanta.

Ardite interpretazioni di crostacei, variazioni sul tema della gelatina, filettoni megalomani. E poi panna. Panna a gogo. Gli anni di panna: panna nella pasta, panna sul pesce, panna con la carne, panna sopra e sotto ogni dolce.

Negli Anni Ottanta l’inosservanza del Km zero non ci deprimeva, la colesterofobia era solo un vago presagio. Una cosa è certa: avere vent’anni negli Anni Ottanta era sicuramente più divertente: i frutti del tuo lavoro a tempo indeterminato potevi spenderli in un menù come quello che OttO fm vi propone oggi.

Antipasto

Ecco cosa significa sapere come s’inizia una cena negli Anni Ottanta. I gamberetti in foglia di insalata non mancavano mai. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: era il cocktail di gamberi. Chi voleva darsi un tono ulteriore adorava le tartine al caviale (tarocco visto che il caviale in questione nulla era se non banali uova di lompo) o l’alternativa esotica, i vol-au-vent ripieni di polpa di granchio (tarocco pure quello).

Ora è quasi la normalità ma è dagli Anni Ottanta che si insinuano sulle nostre tavole inedite e spericolate combinazioni.

Come Prosciutto e kiwi.  Pensate che negli Anni Ottanta l’esotismo di 1 kiwi costava la bellezza di 1.000 lire (!). Oggi, a parità di prezzo, ne possiamo quasi acquistare un kg.

 

Quanto all’aspic, i voluminosi libri di Lisa Biondi avevano insegnato alle massaie italiane come costruirne di meravigliosi, veri capolavori architettonici. A volte antisismici. Ma non per l’intestino.

 

Primo

Eclissati con qualche rimpianto i leggendari tortellini panna e prosciutto, con le audaci varianti domestiche tipo panna e piselli o panna e wurstel create da tale Cesarina Masi, proprietaria di una classica trattoria bolognese poi trasferitasi a Roma. Se non avete vissuto il mito delle pennette vodka e salmone siete out. Vi era addirittura una versione protovegetariana, vale a dire panna-salmone-asparagi.

E le crespelle, o crêpe per i ben parlanti? Agli spinaci, ai funghi, al prosciutto, contava soprattutto che fossero ricoperte di besciamella in quantità industriale. Per non parlare di tutte le variazioni sul tema del risotto.

Nasce negli Anni Ottanta il risotto fragole e champagne. Mentre su risotto e melone, risotto e ananas, risotto e banana meglio astenersi da commenti.

Secondo

Un nome su tutti: filetto al pepe verde. Tanto per cambiare in un lago di panna. Resiste ancora oggi, l’efferata tagliata rucola e grana, culto dell’edonista palestrato.

Del tutto perse le tracce del cavolfiore in salsa mornay. Se sia un male o un bene, è difficile dirlo.

Dolce

Profiterol. O profiterole? Chi se ne importa, chi ha bisogno di pronunciare correttamente il nome dei bignè farciti di panna e ricoperti con il cioccolato fuso?

Quanto a opulenza, sappiamo che sarete d’accordo, può giocarsela solo con il tripudio di crema, panna e caramello di un altro immancabile classico in ogni festa che volesse darsi un tono: il (o la) Saint Honoré.

Esimersi dal menzionare la pesca melba significherebbe fare uno sgarbo agli Anni Ottanta.

La pesca era rigorosamente sciroppata, mai fresca, questo significava poter ordinare una pesca melba nel rifugio di montagna, con Last Christmas degli Wham a immortalare per sempre un fortunato incontro.

 

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